Ottava puntata del contest del teatro della Canzone napoletana, alla ricerca delle nuove voci “esplosive”.
Ideato dal direttore artistico Marisa Laurito e presentato da Gennaro Monti con Tiziana De Giacomo, il talent show vede i concorrenti – da cinque a sette per serata – che si esibiscono sul palco del teatro, per il pubblico presente in sala e per i navigatori collegati in diretta streaming sulla pagina Facebook del Trianon Viviani. Al termine di ogni puntata una qualificata giuria tecnica, presieduta dal regista Bruno Garofalo, stila, a insindacabile giudizio, una classifica, tenendo conto del consenso espresso dal pubblico in sala e dai likes registrati sui social, e proclama il vincitore della serata che accederà alla fase finale. I due migliori talenti esplosivi che si aggiudicheranno la finale potranno essere inseriti nella compagnia Stabile della Canzone napoletana.

Terræmotus Neapolitan Talent
Le candidature sono aperte fino all’esaurimento delle partecipazioni previste. Il regolamento è all’indirizzo teatrotrianon.org/terraemotus-neapolitan-talent.
Tutte le serate di Tnt sono a ingresso gratuito, fino a esaurimento dei posti disponibili.
È possibile rivedere le tappe precedenti – che hanno visto l’affermazione come vincitori di Marianita Carfora, Federica Raimo, Chiara Campitelli, Enzo Esposito, Fabiana Russo, Francesca Curti Giardina e Daniele Esposito – sulla webtv del sito istituzionale e sul canale youtube del teatro.
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Il riso nel pianto
Dentro ognuno di noi c’è un altro sapere. Dentro ognuno di noi c’è un oltre, un luogo sconosciuto, inattaccabile ed inviolabile. Un luogo dove si fonda il nostro essere, il nostro corpo, la nostra mente. Ci sono altri modi di stare con noi stessi. Nel dolore bisogna avere la capacità di chiudere gli occhi perché il buio ha la capacità di sapere più cose di noi. Nel buio bisogna far riaffiorare episodi piacevoli accaduti, impresa ardua ma possibile.
Il riso nel pianto. Ridere anche nel dolore. Anche nel pianto più doloroso c’è sempre qualcosa che ride e che sorride. È la nostra mente unilaterale che vede o il dolore o il riso ma, nel centro della nostra anima, siamo sempre bipolari: siamo la gioia e siamo il dolore.
Affinché questo sapere emerga dobbiamo andare altrove. Siamo sempre pieni di pesi mentali, siamo sempre a discutere se andiamo bene o meno, siamo sempre a chiederci qual è la vita migliore. Sovviene alla mente Henry Miller, a cui quando era in un’età avanzata della sua vita chiesero dove si dovesse arrivare nella vita, lui rispose semplicemente che nella vita non si deve arrivare ad una destinazione, ma si arriva ad un altro modo di vedere le cose e con un altro sguardo. Invecchiando più il tempo passa e più acquisiamo conoscenza.
Citando le sue parole:
Confusione è parola inventata per indicare un ordine che non si capisce.
Fermarsi a guardare
Impariamo a stare con noi stessi, con il dolore e con la gioia. I bambini che sono i maestri dell’anima, all’improvviso piangono disperati e dopo un secondo ridono: c’è in noi un sapere che non sappiamo di avere, c’è in noi un altro modo di stare nel mondo che non conosciamo.
Prendendo in prestito, ancora una volta, le parole di Henry Miller:
In un giorno come oggi capisco quel che vi ho già ripetuto cento volte: che non c’è niente di sbagliato al mondo. Quel che è sbagliato è il nostro modo di guardarlo.
Dunque guardare diversamente.
I dolori, spesso, durano tanto perché ci ostiniamo su un lato del nostro essere che, vede nel lamento, l’unico modo di stare in campo.
Anche quando subiamo una grande perdita, c’è un ricordo pieno di positività. Tutte le volte che noi soffriamo e che il dolore perdura, stiamo soffrendo in modo convenzionale. Quello non è il nostro vero dolore, è piuttosto il dolore che abbiamo acquisito da limitazioni del pensiero degli altri, dal pensiero collettivo.
Un esempio? Di fronte ad una grave perdita come la morte di un coniuge c’è bisogno di piangere, altrimenti verrai considerata una persona fredda. La realtà è che non è detto che in un momento di forte dolore tutti siano portati al pianto. Questo è un pensiero convenzionale: vorremmo che tutti gli altri sentissero nello stesso modo in cui lo facciamo noi ma, se fossimo tutti uguali, non esisterebbe quella unicità che ci caratterizza e che ci contraddistingue.
maschere
Quando qualcosa ci turba o ci disturba, ricordiamo che esiste sempre un lato di noi che è immerso in un’energia creativa e che ci porta a vivere, nonostante i brutti periodi o i dolori in cui ci imbattiamo.
Alcune volte dovremmo essere capaci di dire a noi stessi: “questo dolore tocca a me ed è il mio”, nel momento stesso in cui prendiamo consapevolezza di ciò, il dolore si allarga e non sarà più focalizzato sull’oggetto perduto, la situazione perduta ma diventerà la sostanza dell’anima perché la cosa peggiore che possiamo fare è essere fuori tempo nella vita.
Il dolore che si prova in un determinato momento è il dolore che riguarda se stessi in quel preciso arco di tempo. Solo quando si percepisce il sentimento di malessere con questa consapevolezza, la mente riesce a liberarsi da una visione delle cose perdute e riesce a scoprire la gioia.
Forse non c’è niente di più grande della gioia nel dolore. Allora, forse, il dolore acquisisce un senso. Unire gli opposti (gioia e dolore) è il modo migliore per andare avanti, per migliorarsi.
Che vita sarebbe se non fossimo capaci di portare con noi i nostri dolori e vivere una vita più ampia? Insomma scopriamo un nuovo modo di guardare il mondo.
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L’amore per Juan Vicente Piqueras racchiuso in tre poesie
Juan Vicente Piqueras è un poeta spagnolo contemporaneo. Figlio di agricoltori, ha vissuto in una casa in campagna in un piccolo villaggio di Los Duques de Requena, in cui non c’erano libri. Appena ha potuto, il poeta, ha deciso di conoscere il mondo, visitandolo.
Le poesie di Juan Vicente Piqueras sono dirette, semplici e senza eccessivi giochi di parole. Le sue poesie raccontano di vita, di sentimenti, di amore e di malinconia.
Abbiamo deciso di portarvi all’interno del suo mondo poetico, riportando tre poesie d’amore tratte da Vigilia di restare (2017) pubblicate da Multimedia Edizioni, per farvi conoscere un poeta che merita di essere letto e conosciuto.
Oceano Nuziale
Questa storia comincia molto prima di noi.
Ci sono volute età di dolore e d’oro,
di pietra e di acqua antica, glaciazioni,
battaglie e lamenti, secoli, soffi,
una sera di marzo all’Isla Negra,
caverne, vulcani, libri, guerre, aquile,
stelle, formiche, ponti, labbra, tunnel,
poesie, caramelle, Carmen, rose
che Luis rubava per regalarle a te.
Ci sono voluti mari manoscritti,
madri che ci hanno allattato, tempeste,
tori di neve, navi, nubi, foglie
che cadono al suolo in un giardino in Cile
quando nessuno le vede,
miserie e miracoli, per giungere qui,
sulle sponde di questo oceano nuziale,
del vostro amore che sta ricominciando.
Ci sono volute, persino,
cose che non c’era bisogno che accadessero:
tiranni, per esempio,
che non sanno, poverini, che l’amore li tollera e li usa per diventare più forte,
e che laddove seminano la loro impotenza,
il seme putrefatto del non posso,
la vita riesce a far crescere, nella sua pazienza,
la rosa regalata del sì voglio.
Questa storia comincia molto prima di noi,
e non ha fine.
Ci è mancato poco che non accadesse, e tuttavia
è accaduta, siamo qui, a battezzarci
nelle acque benedette
del vostro nostro oceano nuziale.
Oggi la vita è un sì. Ha senso.
L’amore, come il mare, non dorme mai.
E la marea cresce anche se nessuno la guarda.
Avete attraversato anni, paesi, pagine
per arrivare qui. E tanti auguri.
Juan Vicente Piqueras
Decalogo della felicità
- Desiderare ciò che hai.
- Non avere tutto ciò che desideri.
- Baciare l’aria all’ispirare e all’espirare rendere grazie.
- Onorare padre e madre.
- Desiderare la felicità degli altri.
- Non dimenticare quello che ti circonda.
- Non mentire, o mentire con amore.
- Perdonare chi ti ha fatto del male e quelli a cui hai fatto male.
- Leggere buoni poeti.
- Cantare, ballare, ridere, amare quel che non serve a niente.
Questi dieci comandamenti si riassumono in due:
Ama ed esci da te stesso.
Ama e fà quello che vuoi.
Due nuvole
Una nuvola incontra un’altra nuvola,
si sposano e si mettono a piovere…
Questa è la storia dell’amore per mio padre.
Buon San Valentino!
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L’ombra di Totò di Emilia Costantini al Teatro San Ferdinando
Napoli, Rione Sanità, 17 aprile 1967.
Si celebra il funerale di Antonio de Curtis — morto due giorni prima a Roma, il secondo dopo quello nella capitale — curato dall’amico Nino Taranto. A un certo punto una donna lancia un grido, indicando una persona dietro il feretro: Totò è vivo, non è morto, è resuscitato!
Ina rappresentazione teatrale al San Ferdinando per celebrare la morte del Principe della risata
Il personaggio che viene indicato è praticamente sconosciuto ai più, ma per molti anni è stato a fianco del grande attore: lo ha seguito, sostenuto e spesso sostituito, soprattutto da quando Totò divenne completamente cieco. Dino Valdi (al secolo Osvaldo Natale) ne è stato infatti la controfigura, affezionata e devota.
Durante il funerale, il secondo dei tre che furono celebrati in onore del defunto, Valdi viene avvicinato da una giornalista del quotidiano “Il Mattino” di Napoli che, incuriosita dalle urla e dagli svenimenti, gli chiede di rilasciarle un’intervista, proprio per raccontare, a modo suo, la vita del Principe della risata.
L’umile Dino diventa, almeno una volta nella sua vita, improvvisamente e inconsapevolmente protagonista assoluto di una storia che non è la sua. Attraverso i suoi ricordi, riemergono i fatti e i personaggi del percorso artistico e familiare, pubblico e privato, del celebre attore.
La rappresentazione teatrale sarà messa in scena al Teatro San Ferdinando di Napoli dal 22 al 27 febbraio.
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