Un partito per essere tale e far valere la propria autorità deve avere capacità d’interdizione. Un partito che rinuncia a tale potere, rinuncia alla propria ragion d’essere che è quella di decidere, offrire una soluzione vera ai problemi della società. Nel caso in cui questi problemi siano rappresentati da persone si parla di veto.
In assenza dell’autorità e della capacità decisionale, la parte organizzata e strutturata della società civile si sostituisce ai partiti e diventa l’unica in grado di essere influente e l’unica dotata di potere d’interdizione.
Un partito che voglia radicarsi territorialmente e mettere bandierine sul territorio non può, quindi, rinunciare al proprio ruolo decisionale e d’interdizione.
L’interdizione fa parte della cosiddette buone pratiche politiche perché testimonia la forza di una parte contro le altre controforze organizzate. Per questo i partiti vengono anche definiti comunità politiche, perché l’individuo diventa pluralità e le battaglie del singolo vengono abbracciate dal gruppo e ognuno fa qualcosa per l’altro.
Se, invece, anche nei partiti si perde lo spirito corporativo e nessuno non fa niente per gli altri membri, nessuno si dovrà poi aspettare che gli altri facciano qualcosa per lui. E questo segna la morte della politica e dei partiti, intesi come comunitá di uomini che agiscono per il bene collettivo.
Quindi, concludendo, se è vero che il mandato elettorale è personale e non imperativo, è incontrastato che nel rapporto tra elettori ed eletti vi è un solenne avallo dei partiti che qualcosa deve pur contare.
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Comunità, Singolo e Contesto
L’art. 3 della Costituzione chiarisce il concetto di comunità intesa come luogo di sviluppo, crescita e compensazione sociale:
«Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese».La comunità va analizzata, quindi, attraverso i suoi quattro fattori identitari: culturale, economico, sociale e territoriale. Il fattore culturale è un sentimento morale innato e ben radicato all’interno. Il fattore economico, invece, risente della crisi e dell’impotenza dello Stato di fronte ai grandi processi finanziari, creando un processo a catena. La crisi del fattore economico, infatti, si ripercuote sul sociale, provocando una crisi di rappresentanza politica. Unico argine alla crisi di rappresentanza è dato dalla domanda di diversità legata ai luoghi: fattore territoriale. La comunità territoriale è legata all’identificazione nel luogo. Ognuno, pur nella propria diversità di interessi, è legato a uno stesso contesto. Ogni comunità, in sintesi, per essere tale deve avere un’ispirazione territoriale, un bisogno di materializzarsi. Per risolvere la crisi della comunità intesa come luogo occorrono due approcci: uno economico e l’altro compensativo rivolto alle aree più svantaggiate. Un terzo approccio, definito processo innovativo, punta a un comunitarismo metodologico: comunità come luogo di identificazione e trasformazione. Dal confronto, dal conflitto e dai principi costitutivi dello Stato riparte la comunità e si trasforma.All’interno di una comunità, gli intellettuali pensano e i politici agiscono. Il voto è l’unico vero rito formale della comunità. Il singolo non è solo all’interno di una comunità se la politica riesce ad associare al rigore del comando una funzione di servizio.La comunità viene studiata dagli intellettuali come programma e fenomeno. La Comunità può essere intesa come fabbrica, comunità non fatta per vivere ma per creare sviluppo. La comunità viene studiata anche come luogo di gruppo: comunità fondata sulla socialità e sul vivere bene. La comunità italiana ha scelto di essere fabbrica. Seguendo il mito dello sviluppo, ha lentamente ceduto il passo al primato del singolo. L’imprenditore privato si è sostituito allo Stato per creare sviluppo. Il processo di privatizzazione è ormai compiuto e irreversibile. Chi crede ancora nell’interventismo statale, resta imbrigliato in logiche politiche. La Comunità deve essere intesa come luogo in cui vivere bene e creare sviluppo. La riscoperta dell’altro porta alla fuga dalla gabbia del soggettivismo e innesca il processo di ricomposizione del tessuto sociale.Erminio Merola -
La disobbedienza civile
Ad iniziare l’anno in bellezza, in un Paese nel quale nessuno si preoccupa più di svolgere le proprie funzioni, ma tutti si sentono in dovere di esprimere giudizi su vicende che escono dalle proprie competenze, ci hanno pensato in maniera egregia Leoluca Orlando e la variopinta armata di Sindaci che, a lui accodatisi, hanno annunciato l’intenzione di non applicare la parte del D.L. Sicurezza relativa ai migranti.A condannare con sicura severità democratica, invece, le perplessità di quanti avevano immediatamente giudicato almeno come anomala l’annunciata decisione da parte dei già ribattezzati sindaci ribelli, di non applicare una legge dello Stato, ci ha pensato solerte l’intero mondo dell’informazione omologata, col conforto dell’onnipresente Associazione Nazionale Partigiani e di altre rappresentativissime quanto necessarie sigle associative, che, con fiero richiamo al principio della disobbedienza civile, tosto ha consacrato, nelle scorse 48 ore, i vari Orlando, De Magistris e compagnia cantante, quali italici Ghandi e Luther King.Per quanto suggestivo tale richiamo possa apparire, vorremmo però sommessamente far notare a questi signori Sindaci ed a quanti hanno corso a celebrarne le gesta, che l’uscita di Leoluca & C. sta al concetto di disobbedienza civile, come i proverbiali cavoli a merenda.L’espressione disobbedienza civile (Civil disobedience) proviene dal titolo del famoso saggio del 1849 dell’americano Henry David Thoreau, nel quale l’autore descrive la sua scelta di rifiutare di pagare le tasse, ed il suo conseguente arresto, come forma di protesta contro lo schiavismo praticato negli stati del Sud e la guerra di conquista in Messico, tenuta ai tempi dal governo del suo Paese.Nel suo scritto Thoreau teorizza che è ammissibile non rispettare le leggi quando queste vadano in direzione contraria alla coscienza ed ai diritti dell’uomo, gettando così le basi di quei principi di resistenza non violenta destinati a caratterizzare tante tra le più importanti lotte politiche del secolo scorso.Da allora in poi, non a caso, il termine disobbedienza civile viene utilizzato per indicare tutte le azioni che prevedono la consapevole e plateale violazione di una data norma di legge, considerata particolarmente iniqua, da parte di un singolo, o più spesso, da parte di un gruppo di persone, finalizzata a rendere immediatamente visibili ed operative le sanzioni previste dalla legge per i trasgressori della stessa.Un tipico esempio di questa forma di lotta politica era rappresentata, ad esempio, nel secolo scorso da tutti gli antimilitaristi che si facevano arrestare come renitenti alla leva, non presentandosi alla chiamata militare.Il concetto quindi può riassumersi nella scelta da parte di un individuo, di essere sanzionato personalmente, trasgredendo una norma, per una finalità dimostrativa.Si tratta dunque di un singolo che sceglie di compiere un’azione individuale (anche se contemporaneamente ad un gruppo di altre persone) e di pagarne in maniera pubblica le conseguenze.Quando un sindaco, che è, per definizione, l’organo monocratico a capo del governo di un comune, ordina ad i propri uffici di non applicare una legge dello Stato, non sta compiendo un atto di disobbedienza civile: al contrario si sta avvalendo del principio di autorità derivante dalla propria carica nei confronti dei propri sottoposti per mettere in discussione un altro principio di autorità a lui superiore.Nel caso specifico non c’è un cittadino che disobbedisce alla norma per protestare, ma c’è un’istituzione che si oppone ad un’altra gerarchicamente superiore mettendo in discussione l’ordinamento.Più che ai principi di democrazia richiamati in questi giorni, riteniamo quindi che l’uscita di Orlando possa iscriversi più tranquillamente alla lunga tradizione di insofferenza nei confronti dell’ordinamento democratico, che, atavicamente caratterizza la sinistra di questo Paese, in omaggio all’antico adagio secondo il quale la democrazia ed il suo ordinamento sono sacri solo quando a governare siamo noi.Sabino Morano -
Gino Cusano è la memoria storica di Ariano
“Gino Cusano, la Lega, non ha mai, e voglio sottolineare la parola mai, pensato di allearsi con il Partito Democratico. Però Gino Cusano, che è il rappresentante della Lega, nella tornata del ballottaggio ha deciso di utilizzare un percorso”.
Parte così l’appassionato intervento di Gino Cusano in Consiglio comunale per replicare agli attacchi di Giovanni La Vita, espressione del Pd, che puntava a fare emergere le contraddizioni interne alla Giunta del sindaco Franza, avallata anche dal Carroccio.
Gino Cusano conosce molto bene la storia di Ariano e ricorda a tutti che solo qualche anno fa i dirigenti di Forza Italia (il suo sguardo è rivolto a Domenico Gambarcorta, vice segretario regionale di Forza Italia) proposero la candidatura a sindaco di Gaetano Bevere (all’epoca segretario del Pd sul Tricolle).
L’intervento di Cusano mette in imbarazzo più di un consigliere del Pd e di Forza Italia, espressioni di un patto del Nazareno che qui in Irpinia è ancora d’attualità.
“È la prima volta – continua Cusano- ed io faccio politica da oltre venti anni, che sento parlare di affetto per le questioni ideologiche in Consiglio comunale”.
Ed ha ragione Gino perché i consiglieri comunali li eleggono i cittadini, non i dirigenti di partito. Il voto nei Comuni, anche in quelli medio-grandi come Ariano, è un voto dato alla persona non al partito. Le elezioni amministrative o, meglio, civiche, non possono essere paragonate a quelle nazionali o regionali. Le amministrative premiano non il partito ma le singole persone candidate in questa o quella lista; non il programma e l’ideale alto di questa o quella coalizione, ma il radicamento e la popolarità del singolo candidato.
E Gino ad Ariano Irpino è popolare ed amato. Ed è giusta, quindi, partendo da queste dovute premesse, anche l’autonomia rivendicata da Cusano nella sua azione amministrativa.
“Io -conclude il buon Gino- sono di centrodestra. Ho preso l’impegno di formare questo governo e lo porto fino in fondo. Io ho preso un impegno anche con la Lega e lo rispetto, ma prima della Lega viene il popolo, viene Ariano”.
Bravo Gino, bene Ariano. Tutto il resto sta tra il castello in aria e l’agitazione per l’agitazione, destinata se mai ad accrescere, a breve e lunga scadenza, le frustrazioni degli sconfitti.
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