Domani, sabato 29 ottobre, alle 21, Andrea Sannino ritorna al Trianon Viviani con il nuovo concerto, “Andrè”, dopo il successo nella stagione precedente con il musical Carosone, l’americano di Napoli.
Spiega Andrea Sannino, l’interprete di Abbracciame, la canzone che ha accompagnato tante persone nel recente periodo della pandemia:
I miei genitori e gli amici del quartiere mi chiamano familiarmente “Andrè” e questo nome è diventato parte del mio dna, diventando un suono che mi accompagna da sempre. Sono cresciuto a Ercolano, in provincia di Napoli, in una terra meravigliosa in cui suoni e linguaggio sono musica quotidiana. La mia musica attinge dalle mie radici e il mio essere napoletano diventa tutt’uno con l’essere me stesso, tanto da scegliere questo mio nomignolo familiare per chiamare questo mio recital.
Lo spettacolo, scritto dallo stesso Sannino, è un viaggio appassionato ed entusiasmante nella vita musicale personale dell’artista, che, nonostante le tantissime performance in programmi televisivi, per le reti nazionali, resta fortemente legato ai suoi vicoli, alle cose semplici della vita quotidiana, al repertorio eterno, fatto di smorfie e gesti, della gente comune.
Ecco quindi una scaletta musicale nella quale sono inserite, per la prima volta, tantissime canzoni della musica napoletana, classiche e contemporanee, riarrangiate nei sapori e nei suoni di oggi, o grandi successi della musica internazionale riproposti nella madrelingua napoletana.
L’orchestra dal vivo è diretta da Mauro Spenillo.
Il concerto è prodotto da Malfi music.
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Kiss è il singolo di Gaetano Guardino
Kiss è il singolo del talentuoso chitarrista e compositore Gaetano Guardino, un nuovo brano strumentale prodotto in collaborazione con Bro Producer, mixato e masterizzato ai Massive Arts Studios di Milano da Alberto Cutolo (Mina, Nomadi, Baglioni, Elisa). Concept and Ph. Sandro Brant.
Diochiara il musicista:
È da tempo che cerco dentro di me quell’emozione unica, diversa, che possa permettere di stabilire sensazioni positive. La scrittura del mio nuovo singolo, “Kiss”, mi ha permesso di farlo.
Avere la consapevolezza di ciò che ho vissuto, dell’amore che ho provato, della passione per la mia terra e per Milano, la mia nuova città di adozione, delle persone che ho incontrato, di conoscerle, di viverle. Quella melodia, musicalità e vibrazione che si sposa perfettamente con “l’italianità”, così discussa e nello stesso tempo invidiata da tutto il mondo. L’obiettivo ambizioso di trasmettere una proiezione musicale verso il futuro: vivo, dinamico, travolgente.
Gaetano Guardino: biografia
Gaetano Guardino, laureato in chitarra presso il Conservatorio Statale di Musica “G.B. Pergolesi di Fermo.
Dal 2010 intraprende l’attività di session man, live performer e producer per diversi artisti della musica italiana e internazionale quali: Stefano Filipponi – X Factor, Paolo Simoni, Kevin Payne – Amici di Maria De Filippi, Noelia e tanti altri. Collabora in qualità di autore e compositore per Warner Bros & Discovery di New York per film e spot televisivi.
Apre i concerti del “Mondovisione Tour” di Luciano Ligabue allo Stadio Olimpico di Roma e allo Stadio San Siro di Milano. Partecipa con Paolo Simoni al “Coca Cola Music Summer Festival” andato in onda in prima serata su Canale 5, RTL 102.5 e al “Festival Show” all’Arena di Verona. Diventa Endorser di importanti marchi come Algam Eko, La Bella Strings, Cobain Clothing, Magrabò, Essetipicks, Micheluttis Guitars, Salvador Cortez, Tefi Vintage Lab, Connetter&Arte, Stefyline, intervistato sulla più importante e storica rivista italiana della chitarra “Guitar Club”. Con il suo primo Ep entra in classifica nella top 200 dei brani più trasmessi in Italia, insieme ai Big della musica italiana: Negramaro, Elisa, Patty Pravo, ecc..
È stato intervistato da diverse radio, tv nazionali (RAI 3) e giornali come “La Repubblica” “Il Resto del Carlino”, “La Sicilia” e nel 2021 con gli Opera Dance Music si esibisce in concerto ad Assisi per il Parlamento Europeo. A settembre 2022 con Arcadia, apre i concerti di Elisa al Castello Sforzesco di Milano.
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Fabrizio De André Volume I. Spirito libero e spiritualità
Il primo LP di Fabrizio De André, il nuovo poeta e cantore della scuola genovese, fu realizzato inizialmente nel 1966, quando era ancora legato al contratto con l’etichetta discografica Karim, che qualche anno prima lo aveva scoperto e lo aveva introdotto nel panorama musicale già dal 1961, con la produzione di diversi 45 giri, tra cui La guerra di Piero o La canzone di Marinella, quest’ultimo brano reso in realtà famoso da Mina, che lo aiutò a raggiungere il successo.
Tale obiettivo non interessava granché Faber, appellativo a cui pensò l’amico d’infanzia Paolo Villaggio (dalle matite Faber-Castell), con cui nel 1963 firmò la canzone Carlo Martello ritorna dalla battaglia di Poitiers. Il cantautore continuava con tranquillità a curare l’amministrazione di tre scuole private a Genova, eredità trasmessagli dal padre Giuseppe, imprenditore e personaggio politico di spicco.
Fabrizio De André considerava la musica “una cosa serissima”, talmente seria da rifiutare le esibizioni dal vivo e un’assidua pubblicità ai lavori discografici, tra cui le interviste, che erano così rare che di lui emergeva davvero poco, se non le sue creazioni sublimi.
Il primo vero LP, dicevamo, uscì con la Karim, sotto il nome di Tutto De André, e includeva dieci brani, nulla di nuovo, dato che avevano già visto la luce in formato da 45 giri fino al 1966, quindi in quell’anno stesso.Faber, nel frattempo, non si era fermato, anzi, considerando la sua diatriba con la suddetta etichetta, che era stata accusata dal musicista di mancata corrispondenza dei diritti d’autore ricavati dalle vendite, aveva già cominciato a lavorare a nuove canzoni, ammaliato dalla Bluebell Records, che gli aveva proposto un nuovo contratto.
Peccato però che quello vecchio non fosse ancora terminato, e tale circostanza aumentò le tensioni tra le due parti, e indusse una nuova causa, questa volta da parte della Karim, che accusò il cantautore di non aver rispettato i termini fino alla fine dell’accordo.
Molto probabilmente già abituato a tali circostanze scomode,senza dubbio aiutato dalla sua notevole posizione economica, in quanto c’era una terza denuncia in corso, e riguardava proprio il brano scritto a quattro mani con Paolo Villaggio, che il Tribunale Penale di Milano aveva dichiarato offensivo per la morale, e che addirittura si raccontava che contenesse fini pornografici.
Volume I (1967), il primo vero album di inediti di Fabrizio De André, vide la luce nel 1967 e fu anticipato dall’uscita dei singoli Preghiera in gennaio e Si chiamava Gesù, ambedue incluse in un formato da 45 giri.
L’unica canzone inedita, l’ultima della tracklist, fu proprio Carlo Martello, che aveva scatenato le accuse da parte delle autorità giuridiche, e fu inclusa nella scaletta di proposito, in accordo con la nuova etichetta discografica, la Bluebell Records.
La copertina, all’inizio, era di color marrone, ed aveva il volto del cantautore assorto, di lato, quasi come se non si vedesse. La registrazione, inoltre era in mono. La seconda e definitiva copertina, infine, con l’inciso in stereo, era bianca, con gli angoli smussati e un bel primo piano di Fabrizio De André, un po’ spettinato ma fiero. Anche la tracklist, con gli anni, cambia. La canzone Caro amore viene sostituita nel 1970 da La stagione del tuo amore, questo perché la prima citata, pur avendo chiare referenze al Concerto di Rodrigo per Aranjurez, non fu accettata dagli intestatari dei diritti.
La struttura del disco è di per sé molto semplice all’ascolto: in primo piano c’è una voce calda e baritonale, accompagnata da una chitarra classica, e ci sono alcune rare incursioni di altri strumenti. La sezione ritmica spesso è assente e non si presenta che con la destrezza sulla sei corde di Fabrizio De André, che paradossalmente si definiva come uno “alquanto scarso”, e con il supporto Gian Piero Reverberi, arrangiatore già nella Karim, e fedele collaboratore, arricchì le parti che figuravano strutturalmente più complicate.
Volume I e la filosofia degli emarginati
Luigi Tenco, volto iconico della scuola genovese, si suicidò a Sanremo nel gennaio del 1967, in seguito a un suo personale disaccordo con la giuria del festival, che non aveva apprezzato il suo brano in gara.
Fabrizio De André, caro amico ed estimatore di Luigi Tenco (si diceva che per avere successo con le ragazze si spacciasse proprio per il cantante di “Ciao amore, ciao”), apre il suo primo disco con una canzone che ricorda i drammatici momenti di Sanremo, Preghiera in gennaio, e tale intenso momento sarà subito coniato, e ricordato ai posteri, come il ricordo e l’omaggio più struggenti e giusti che si sarebbero potuti dedicare.
Il brano, oltre ad esprimere una reale ottica del suicidio, questo atto molto spesso accusato di pregiudizi e di critiche nonostante l’azione drammatica stessa, racconta, con la poesia intensa di Faber, la più giusta visione, che funge anche da filosofia decadente di carattere rimbaudiano.
Il significato dell’estremo atto assume un’espressione talmente notevole, da risultare come la tappa finale di una vita che ha espresso troppo spesso elevati disgusti sociali, che vittima di un’incomprensione a tutto spiano, figlia d’ignoranze e cattiverie, si oppone alle barriere di attuazioni ingiuste secondo la propria ottica, e soccombe al dono della vita, quest’ultima vista però più come un ostacolo che come un percorso:
Signori benpensanti
spero non vi dispiaccia
se in cielo, in mezzo ai Santi
Dio, fra le sue braccia
soffocherà il singhiozzo
di quelle labbra smorte
che all’odio e all’ignoranza
preferirono la morteLa seconda traccia, Marcia Nuziale, neanche si discosta dalle passioni del giovane cantautore. Questa, difatti, non è altro che il rifacimento di “La marche nuptiale” di Georges Brassens, chanteur francese da cui Faber prende e prenderà sempre spunto. Qui viene descritta, quasi in maniera distopica, la cerimonia nuziale di chi canta, che racconta di essere stato testimone di quei momenti memorabili, seppur essendo il figlio della coppia descritta in questione, che addirittura suona l’armonica, per accompagnarne i lieti momenti, che però purtroppo vengono disturbarti da un vento che porta con sè una tempesta imminente, che quasi non vuol far più celebrare nulla. La scena, a dispetto delle intemperie, che rischiano di far saltare tutto, descrive un amore fatto di gesti semplici come non se ne vedevano, “durato tanti anni da chiamarlo ormai d’argento”. Un amore che coniato innanzitutto da un affetto, si descrive come un’identità sincera a tutto spiano, a differenza di un qualsiasi matrimonio della borghesia, che viene celebrato per inerzia, guidato solo da interessi familiari. Qui è di casa la sincerità di una natura casta:
Matrimoni per amore, matrimoni per forza
Ne ho visti di ogni tipo, di gente d’ogni sorta
Di poveri straccioni e di grandi signori
Di pretesi notai, di falsi professori
Ma pure se vivrò fino alla fine del tempo
Io sempre serberò il ricordo contento
Delle povere nozze di mio padre e mia madre
Decisi a regolare il loro amore sull’altareSpiritual, la terza canzone, che presenta sprazzi di una combriccola canora di voci briose che si alternano al cantato principale, con una base inaspettata di un organo da chiesa che sostituisce la chitarra, rappresenta, dopo il primo brano in scaletta, la prima testimonianza di una spiritualità, oltre alla volontà di credere o meno alla religione cristiana, che si enuncia nelle parole che inducono a pensare ad una vera e propria preghiera, rivolta al “Dio del Cielo”; che quest’ultimo possa regalare una parentesi, seppur spicciola, di felicità, a chi ne sta cantando le lodi, in funzione di un contraccambio di un interesse del tutto casto ma essenziale:
le chiavi del cielo non ti voglio rubare
ma un attimo di gioia me lo puoi regalareSi entra poi nel vivo della devozione, seppur dedicata più ad un’entità fatta uomo che ad una santità ineccepibile. Qui chi canta tesse le lodi di un uomo che ha coniato la storia con le sue gesta.
Si chiamava Gesù è la narrazione che va al di fuori di ogni Vangelo, che sfida le agiografie, che smorza le preghiere, come quella della canzone antecedente, e mette a nudo un essere umano debole, che è stato assediato dal male del genere umano, nonostante egli abbia portato in Terra la gioia di saper trasmettere una bontà che molto raramente sarà emulata in seguito. Ci spiega Mauro Pesce, biblista, nella lunga intervista di Corrado Augias per il libro Inchiesta su Gesù(2016 – Mondadori), che “Gesù è un uomo ebreo che non si sente identico a Dio. Non si prega Dio se si pensa di essere Dio”. Difatti ci canta Fabrizio De André:Non intendo cantar la gloria
Né invocar la grazia e il perdono
Di chi penso non fu altri che un uomo
Come Dio passato alla storia
Ma inumano è pur sempre l’amore
Di chi rantola senza rancore
Perdonando con l’ultima voce
Chi lo uccide fra le braccia di una croceÈ la volta di La canzone di Barbara.
Dal sacro, dunque, al profano. Il cantautore e poeta genovese qui ci porta nel tempio delle avventure amorose proibite, dell’incesto e addirittura dell’adulterio, e non sarà la prima volta nel lungo repertorio quasi trentennale che ne seguirà.
Barbara è una donna libera, che non cede all’amor comodo, e preferisce abbandonarsi ad avventure di un attimo, e forse già che celano un addio, dopo un atto consumato per sfuggire alla noia quotidiana, sia di uomini che inseguono un’avventura, oltre l’obbligata scia matrimoniale, sia di favorevoli concubini, che invece non trovano che un ostacolo, nonostante un lieto benvenuto:Lei sa che ogni letto di sposa
È fatto di ortiche e mimosa
Per questo ad un’altra età, Barbara
L’amore vero rimanderà, BarbaraVia del Campo, nelle note di Cesare G. Romana, nell’ultima e definitiva versione del primo album, viene descritta così:
Così la graziosa Via del Campo, la bambina ai cui piedi nascono i fiori, ma che vende a tutti la stessa rosa: la puttana che non potrà mai offrir altro che un paradiso provvisorio e, tutto sommato, inutile incantesimo di un quarto d’ora.
Di sicuro anche qui ne nasce una preghiera, in quanto la divinità prende le sembianze una “graziosa”, una fanciulla che vende le proprie bontà a chi la sceglierà per godere di quell’attimo in cui dimentica la bramosia del denaro, dei diamanti da cui “non nasce niente”, mentre dal “letame nascono i fior”
E ti sembra di andar lontano
Lei ti guarda con un sorriso
Non credevi che il paradiso
Fosse solo lì al primo pianoCuriosità: Via del Campo prende palesemente spunto da La mia amorosa la va alla fonte di Enzo Jannacci.
La stagione del tuo amore è una delle parentesi più dolci di questo disco incantato.
Si narra la sovente vicenda di un amore che tarda ad arrivare, e la rassicurazione del suo autore è designata “nella luce di un’ora”, che può nascondere in essa sia una gioia che un dolore, e quando però quest’ultimo viene sopraffatto da un momento di goduria e libertà sensoriale, allora l’attesa ne sarà a pieno ricompensata:Passa il tempo sopra il tempo
Ma non devi aver paura
Sembra correre come il vento
Però il tempo non ha premura
Piangi e ridi come allora
Ridi e piangi e ridi ancora
Ogni gioia ogni dolore
Poi ritrovarli nella luce di un’oraBocca di rosa, è senza alcun dubbio l’apoteosi tematico dell’album.
L’amore innanzitutto, e soprattutto lì dove l’amore è visto meglio nell’attimo di un momento, anziché nella penosa lungimiranza di una prospettiva a lungo termine, dove i fuochi iniziali vanno a perdersi nella quotidianità dei difetti e delle complicanze reciproche. La protagonista della storia/canzone è una donna che, come Barbara, si lega “per passione”, e fa all’amore con chi semplicemente lo cerca, e non importa se già impegnato, perché ella ha come un compito: regalar sogni, seppur di un attimo e lasciar un ricordo inossidabile. Solo che l’ira delle donne del paese (Sant’Ilario) riesce a scacciar via la donna che ha sottratto, finanche con l’immaginazione, la libertà dei propri consorti:Alla stazione c’erano tutti
Con gli occhi rossi e il cappello in mano
A salutare chi per un poco
Senza pretese, senza pretese
A salutare chi per un poco
Portò l’amore nel paese
C’era un cartello giallo
Con una scritta nera
Diceva addio bocca di rosa
Con te se ne parte la primaveraLa morte, penultima canzone, che conserva un tema che sarà – ed era già stato ricorrente- nella poesia di Fabrizio De André, è una sorta di consolazione per l’animo fragile, e allo stesso tempo una nemica brutale per l’uomo che attinge le proprie gesta al successo tanto agognato. Eppure questo estremo saluto al mondo terreno comporta un’equità che dapprima non si era definita. Una A Livella di Totò che viene riproposta in una forma canora che racchiude la stessa giustizia emblematica, che mette sullo stesso piano l’essere umano forte e quello debole, che nonostante l’estremo trapasso, accusano il nuovo misterioso viaggio in maniera differente, così come hanno vissuto le loro vite.
L’unica differenza sta nel chi li vede morire:
Straccioni che senza vergogna
Portaste il cilicio o la gogna
Partirvene non fu fatica
Perché la morte vi fu amica
Guerriero che in punta di lancia
(…)
Di fronte all’estrema nemica
Non vale coraggio o fatica
Non serve colpirla nel cuore
Perché la morte mai non muoreCarlo Martello, infine (vero titolo era Carlo Martello ritorna dalla battaglia di Poitiers), è l’unico brano già edito, e con una musica che sa di Medioevo, battaglie e vittorie, narra la vicenda di Re Carlo che ritorna vincitore dopo aver sconfitto gli arabi, fermandone l’avanzata proprio in Francia e salvando il mondo occidentale. Il re, molto fiero del suo ritorno vittorioso, non ha di certo dimenticato le voglie smaniose di un uomo che è fatto innanzitutto di carne, e che quindi non dimentica le sue debolezze, come tutti. Adopera dunque, o comunque crede di farlo, le proprie gesta eroiche, per abbandonarsi con più facilità tra le braccia di una graziosa fanciulla, che nel frattempo fa il bagno in una fontana. Quest’ultima però non cede all’eroica vittoria del suo sire, e alla fine, quando l’atto viene consumato, ne presenta la parcella.
Re Carlo, dunque, non è altro che uno di noi, che paga con moneta la sua lussuria, che ha ottenebrato tutta la grazia della sua vittoria.
Con Volume I, prezioso documento musicale d’inestimabile morale poetica di spiriti liberi e spiritualismi, Fabrizio De André spianò per il futuro la sua elegante e anarchica dialettica incisa su note, che sottolineò per sempre le costanti e sempre più crescenti tematiche di un uomo più privato di beni preziosi, nonostante il rango sociale, a cui viene meno la bramosia, nell’esposizione delle proprie debolezze come fattore di perdita, o di morte.
Carmine Maffei
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Avellino: San Valentino alternativo con le burneshe
al GodotSan Valentino è una ricorrenza amata, odiata, snobbata e su cui si costruiscono opinioni di ogni sorta. Oggi i rapporti sentimentali e interpersonali possono assumere varie forme.
L’amore, oggi, rappresenta un atto di forza, di coraggio e di libertà soprattutto per quelle persone che decidono di amare qualcuno che non è conforme ai gusti della società o a ciò che ci è stato inculcato da un’educazione con retaggi religiosi che, ad esempio, non contempla relazioni tra individui appartenenti allo stesso sesso. Il significato della parole amore e di tutto il flusso emozionale che ne consegue deve e può essere ribaltato, basta seguire i propri desideri e la propria libertà anche attraverso atti di forza proprio come hanno fatto e continuano a fare le burneshe albanesi.
burnesha
Chi sono le burneshe?
Le burneshe, chiamate anche vergini giurate, sono donne che hanno deciso di vivere in libertà la loro vita, fuggendo dagli obblighi morali e dalle aspettative che la società maschilista impone al gentil sesso. Le vergini giurate sono donne che hanno deciso di vivere come uomini, assumendone anche le sembianze attraverso il vestiario. Il loro non è un travestimento ma una scelta e una presa di posizione culturale.
La figura della burnesha è ammessa in Albania e in Kosovo, le vergini giurate sono figure che vengono riconosciute anche legalmente dal Kanun, codice consuetudinario albanese. Inizialmente questa scelta sociale veniva riconosciuta per necessità familiari se, ad esempio, vi era la morte dell’unica figura maschile all’interno del nucleo familiare, non vi erano figli maschi in famiglia o se la donna rifiutava di sposarsi.
Oggi diventare una burnesha è una scelta dettata anche dalla propria volontà di non fare figli e di non sposarsi, sono donne che decidono di appartenere al sistema sociale come uomini, abbandonano la loro femminilità per ottenere libertà sociale e lavorativa oltre alla possibilità di poter fumare e assumere alcolici.
Se avete voglia di approfondire l’argomento e vivere questa ricorrenza in modo diverso, questa sera al Godot Art Bistrot in Via Giacomo Mazas 13 alle ore 20:00 verrà proiettato il documentario Io sono una burnesha e verrà presentato il libro Le vergini giurate in Albania di Eva De Prosperis. L’evento verrà moderato da Rosanna Sirignano.
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