L’amore molesto (1995) in versione restaurata e proiettato il 24 marzo, contrariamente alle aspettative, ha registrato un boom di presenze al Cinema Partenio, tanto che c’è stata la necessità, last second, di allestire una sala più grande per poter contenere tutti gli spettatori giunti per la proiezione del lungometraggio.
Il film è tratto dall’omonimo romanzo di Elena Ferrante, che ha anche collaborato alla sceneggiatura della pellicola, ed ha come protagoniste Delia (Anna Bonaiuto), una disegnatrice di fumetti che vive a Bologna e Amalia, donna enigmatica nonché madre di Delia.

Anna Bonaiuto interpreta Delia ne L’amore molesto
L’amore molesto ritrae storie femminili molto diverse tra loro.
Amalia muore in circostanze anomale e indossa solo un reggiseno molto particolare rispetto a quelli che utilizzava. Delia ritorna a Napoli, la sua città natale, per capire cosa sia successo alla madre e si ritrova a ripercorrere il suo passato, i legami familiari interrotti e i ricordi turbolenti, con cui non ha voluto mai fare i conti, lasciando tutto in una sorta di obnubilamento mentale.
Tra le protagoniste femminili c’è anche Napoli, una città caotica, fatta di contraddizioni, di schiamazzi e di un modus vivendi particolare, che riesce a comprendere fino in fondo solo chi ha vissuto nelle sue viscere popolari.
La fotografia del film possiede una fisicità che riesce a comunicare anche senza la necessità di appoggiarsi alla comunicazione verbale.
Oggi con la proiezione de L’Odore del sangue di Mario Martone e la presentazione del libro Cinque Racconti del Sud di Camillo Marino, si conclude la rassegna degli eventi culturali organizzati in occasione del Premio Camillo Marino 2019.
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Lamb di Valdimar Jóhannsson: l’attesissima fiaba nordica
Dalle brume islandesi, una fiaba dark ispirata ai miti del profondo Nord. Una storia sorprendente e misteriosa firmata dalla casa din produzione A24. Tra fantasy e dramma sentimentale, una visione seducente e perturbante.Lamb è entrato nella shortlist degli Oscar per il Miglior Film Internazionale, ha giustamente vinto il Premio Originalità al Festival di Cannes 2021: LAMB ti aspetta al cinema da domani 31 marzo.Lamb: la trama
Lamb, film diretto da Valdimar Jóhannsson, racconta la storia di una coppia, formata da María (Noomi Rapace) e Ingvar (Hilmir Snaer Gudnason), che vivono in una remota fattoria immersa nella fredda natura islandese, dove accudiscono il loro gregge e lavorano la terra.
Un giorno i due rinvengono un neonato in un loro campo agricolo e non sanno come mai si trovi lì da solo. Non avendo figli, ma allettati dalla prospettiva di una vita familiare, Maria e Ingvar decidono di tenere il piccolo con loro. Non sanno che il loro momento di gioia è destinato a finire e li porterà alla completa distruzione…La protagonista è una straordinaria Noomi Rapace (Uomini che odiano le donne; Passion). Lamb racconta la storia di una giovane coppia, María e Ingvar, che vive in una remota fattoria immersa nella fascinosa natura islandese.I due accudiscono il loro gregge, lavorano la terra e ricevono rare visite.Ma un giorno Madre Natura regala loro una creatura magica e tenerissima, che rinsalda l’amore e crea una apparente serenità “familiare”.Destinata purtroppo a non durare a lungo…Un imprevedibile e sconvolgente epilogo cambierà per sempre le loro vite. Uno dei film più attesi e strabilianti dell’anno.Lamb: programmazione nei cinema
Venerdì 1 aprile, ore 21:30, al Cinema Beltrade di Milano per un esclusivo Q&A con il regista Valdimar Jóhannsson in collegamento SkypeSabato 2 aprile, ore 21:30, al Cinema Troisi di Roma con introduzione a cura di FilmIsNow e dibattito in collegamento con il regista Valdimar Jóhannsson.Domenica 3 aprile, ore 21:50, al Palazzo del Cinema Anteo di Milano in partnership con FilmIsNow e HorrorItalia24. -
I conti con l’oste: l’autobiografia di una nazione e della necessità di non dimenticare le proprie radici
I conti con l’oste è un romanzo di Tommaso Melilli, edito da Einaudi, uscito nelle librerie il 18 febbraio.
Il libro, oltre ad essere autobiografico perché lo scrittore parla della sua esperienza vissuta oltre confine, è un ritratto della nostra società fatta di partenze verso nuovi mondi, speranze verso una vita migliore, viaggi verso l’ignoto, che non mancano di molti risvolti negativi come di quelli positivi.
Tommaso Melilli riassume così, in un paio di tweet, il focus del suo romanzo:
Ero un cuoco italiano a Parigi che non conosceva affatto l’Italia: me n’ero andato a vent’anni, facendo – come si dice – i conti senza l’oste.
Sono tornato a casa, e ho rimediato.
Tommaso Melilli
E ancora lo scrittore, parlando della sua esperienza, ricorda due episodi che, negli ultimi anni, hanno segnato profondamente Parigi e non solo: la tragedia del Bataclan e l’incendio a Notre-Dame.
Ecco lo scrittore cosa ci dice ne I conti con l’oste:
La metà di noi era in servizio la notte del Bataclan, e uno di quelli ero io. Un mese fa ha preso fuoco Notre-Dame. Non mi rendo conto di quanto valga anche per le altre città, ma a Parigi le cose ogni tanto bruciano.
Tommaso Melilli decide di andare a Parigi per studiare letteratura ma, dopo qualche anno, si ritrova ad essere chef di un ristorante, un lavoro tranquillo ma che poi, in realtà si rivela tutt’altro che tranquillo perché tra locali in fiamme e ritmi senza sosta, lo scrittore si rende conto che, probabilmente, la tranquillità risiede altrove. Quell’altrove, probabilmente, è ubicato in quello stesso luogo che, vent’anni prima, ha deciso di lasciare perché ciò da cui fuggi, un pò perché non ti riconosci per come vorresti, spesso, è proprio ciò che ti caratterizza e che rappresenta ciò che sei.
Com’è lavorare nella ristorazione, da chef, a Parigi?
I conti con l’oste non è solo un romanzo autobiografico con focus sull’importanza di scoprire o essere ancorato alle proprie radici ma è anche un libro esplicativo sulla condizione lavorativa, vista e vissuta da chi non è del luogo.
Per farvi capire meglio citiamo un passo de I conti con l’oste:
Poi, ci siamo noi, cioè i ristoratori italiani emigrati a Parigi.
…
Tanto tempo fa, i francesi hanno inventato un sistema terminologico dispregiativo per definire i soggetti originari degli stati limitrofi. Come spesso accade con gli insulti di stampo nazionalista, sono forgiati sulla prima cosa diversa che si percepisce nell’altro, quindi cibi tradizionali, tratti del linguaggio, colore della pelle eccetera eccetera: per ovvie ragioni, un inglese era quindi rosbif, un portoghese un tos (per via di Portos, il moschettiere, ma anche bevanda alcolica), i belgi erano gli unici a essere chiamati semplicemente belgi, perché dal punto di vista francese essere belgi è già un insulto di per sé. I corsi, per esempio, li chiamavano les italiens. E siccome gli italiani, quelli veri, hanno sempre enormi difficoltà a pronunciare la “r” nel modo giusto quando parlano in francese, li chiamavano ritals, marcando molto la pronuncia.
Il romanzo di Tommaso Melilli è uno spaccato di vita mostrato con gli occhi di un migrante che ha scoperto il mondo dalle cucine e dalle osterie, oltre che viverlo come si vive un qualsiasi altro luogo. Il suo è un punto di vista originale che mostra un’esperienza di vita vissuta, portandoci a riflettere su molte questioni, a volte, dando anche delle risposte a quesiti che, per molti sono irrisolti o travestiti da illusione e sogno.
I conti con l’oste di Tommaso Melilli
In molti vi starete, forse chiedendo, come mai Tommaso Melilli abbia deciso di tornare.
I conti con l’oste si apre con due citazioni e in una delle due, probabilmente, è racchiuso il motivo che ha spinto lo scrittore a tornare in Italia.
Mi riferisco alla citazione di Joan Didion, contenuta nel romanzo, che recita:
Potrei dirvi che sono tornata perché avevo promesse da mantenere, ma forse è perché nessuno mi ha chiesto di restare.
Per avere conferma non vi resta che leggere il romanzo!
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Gli étoiles Vittorio Galloro e Arianne Lafita Gonzalvez al Premio Internazionale della Danza “Carlo Gesualdo”
Compagni sul palcoscenico, compagni nella vita. Una carriera parallela che li ha portati, come coppia da sogno, sui più importanti palcoscenici del mondo.
Vittorio Galloro e Arianne Lafita Gonzalvez saranno tra gli ospiti più attesi del Premio Internazionale della Danza “Carlo Gesualdo”, imponente progetto artistico fortemente voluto dalla direttrice della scuola di danza “Esmeralda” di Avellino, Guendalina Manzi, con la direzione artistica del maestro Fabrizio Esposito.
La loro presenza è attesa per la serata di Gala del Premio Internazionale della Danza “Carlo Gesualdo”che si terrà domenica 24 aprile, quando potremo vederli esibirsi in tutto lo splendore che le loro performance esprimono.
Ci spiega l’étoile napoletano Vittorio Galloro:
Non vedo l’ora di tornare ad Avellino. Ho un bellissimo ricordo del Teatro “Carlo Gesualdo”, una vera e propria perla per il potenziale che ha e per perfezione della sua struttura tecnica. Ringrazio di cuore l’organizzazione e Fabrizio Esposito per averci coinvolti in questo importante progetto.
Vittorio Galloro e Arianne Lafita Gonzalvez
Vittorio Galloro e Arianne Lafita Gonzalvez: intervista
Una carriera eccezionale la sua, una vita dedicata alla danza che l’ha reso uno dei nomi italiani più apprezzati di questa arte nel mondo.
Ho iniziato a danzare che ero solo un bambino, seguendo le orme di mia sorella maggiore. Poi ho fatto un’audizione al San Carlo di Napoli, sono stato preso e ci sono rimasto per sei anni. Io stesso a un certo punto ho deciso di lasciare perché il mio desiderio era quello di studiare danza a Cuba, in ho sempre amato tanto l’approccio maschile alla danza del ballerino cubano. Ho frequentato una scuola prestigiosa che mi ha formato molto e sono divenuto poi gradualmente un ballerino che ha girato i più prestigiosi palcoscenici del mondo.
Quali differenze ha riscontrato nell’approccio alla danza tra l’Italia e i Paesi esteri?
Porto Napoli sempre nel mio cuore, anche se ora sono di sede in Emilia-Romagna e per lavoro viaggio tantissimo. In Italia ho trovato da ragazzino poche porte aperte, e solo quando ho consolidato una carriera internazionale non ho più avuto problemi. Devo ammettere che all’estero le possibilità che può avere un ballerino sono diverse, e decisamente maggiori, per una propensione alle arti più diffusa e incentivata.
Vittorio Galloro e Arianne Lafita Gonzalvez: un binomio di magia sul palcoscenico iniziato 11 anni fa. Come si trova una danzatrice cubana in Italia?
Mi sono sempre trovata bene in Italia, confessa l’étoile Arianne Lafita Gonzalvez, in particolare Napoli è molto simile a Cuba come cultura e ogni volta che mi ci reco mi trovo come a casa. In linea generale, però, c’è sempre in me il pensiero che si possa fare di più per la danza, perché il potenziale è molto alto e molti talenti sono destinati ad andare fuori.
Dopo la necessaria pausa legata all’emergenza sanitaria del Covid, sono tornati ormai a pieno regime gli eventi in presenza. È stato sicuramente difficile per voi del balletto stare fermi. E quali emozioni prova ora?
L’invito da parte del maestro Esposito mi ha fatto un immenso piacere e mi ha regalato tanta gioia. È un evento importante e far parte di questo progetto per me è un onore. Quello della pandemia ha rappresentato un periodo molto particolare per il mondo intero, e anche per noi ballerini è stata dura dover continuare ad allenarci senza poter fare nulla di più. Stando praticamente fermi. Ora c’è una voglia straripante di emozionarci e di emozionare.
Cos’è per lei la danza?
Per me la danza è il mio tutto. Sembra una frase banale, ma non potrei definire altrimenti quella che per me non è solo una passione, non è solo un lavoro, ma l’essenza stessa della mia vita. Ho iniziato da piccolina, ma già ero consapevole che quello sarebbe stato il mio destino.
I ballerini Vittorio Galloro e Arianne Lafita Gonzalvez parteciperanno alla serata di Gala del Premio Internazionale della Danza “Carlo Gesualdo” esibendosi in due passi a due: “Satanella” e un tango su musiche di Piazzola. Protagonisti di un evento pieno di bellezza, di arte, di incanto.
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